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| - L’ONORE D’ITALIA -
«El Alamein: così Mussolini mandò al massacro la meglio gioventù» compra il libro on line   leggi il primo capitolo
Da settant'anni El Alamein è un grido che risuona nei cuori e nelle menti d’Italia.
Per i ragazzi dell’’Ariete, della Trento, della Folgore, della Trieste, della Littorio, della Bologna, della Brescia, della Pavia,
del 4º e del 50º stormo d’assalto rappresentò l’appuntamento con un destino ingrato, da ciascuno onorato
al meglio.
Ha scritto Churchill nella sua storia della seconda guerra mondiale: «Prima di el Alamein non riportammo mai una vittoria. Dopo el Alamein non subimmo più una sconfitta». I quattro mesi di battaglie attorno alla stazioncina ferroviaria dirimpetto al Mediterraneo cambiarono, nell’estate-autunno del ‘42, le sorti del conflitto. Al valore e alla determinazione della composita 8a armata britannica si accoppiarono l’imbecillità di Mussolini, che preferì inviare undici divisioni e il meglio dell'artiglieria in Unione Sovietica anziché in Africa, e il tradimento degli ammiragli italiani, che rivelarono al servizio segreto inglese le rotte dei trasporti con i rifornimenti per l’armata di Rommel. Così al comandante tedesco, bravissimo negli attacchi, mediocre nella difesa, mancarono dapprima il carburante e i carri armati per raggiungere il canale di Suez e in seguito i cannoni, i reggimenti, le munizioni per tenere le posizioni. E dal giugno ‘42 mancarono soprattutto le informazioni riservate procurate dal maggiore dei carabinieri Manfredi Talamo, a capo della sezione Prelevamenti del servizio segreto, il Sim. Nel dicembre ‘41 due suoi agenti avevano procurato le chiavi della cassaforte in dotazione allo sbadato colonnello dell’aeronautica statunitense Norman Fiske, addetto militare all’ambasciata Usa di via Veneto. Alla vigilia di Pearl Harbour gli uomini di Talamo si erano introdotti nella palazzina, attuale sede del consolato, avevano aperto la cassaforte e fotografato l’oggetto del desiderio: il «Black code» in uso alle forze armate Usa. Forse fu la migliore operazione del Sim di Amè durante la guerra. Il «codice nero» era impiegato anche dal colonnello Frank Bonner Fellers, ufficiale di collegamento al Cairo con il comando britannico in Medio Oriente. I suoi rapporti serali, contenenti il dettagliato riassunto dei guai, delle imprese, degli schieramenti, delle scorte e del morale dell’8a armata, planavano dopo due ore sulla scrivania di Amè. Da qui una copia veniva inoltrata al generale Cavallero, capo di stato maggiore dell’esercito, che non la degnava di uno sguardo, l’altra andava a Kesselring, comandante delle truppe tedesche in Italia, che la divorava e la girava all’istante a Rommel. Così per sei mesi erano maturati i suoi stupefacenti successi. Poi gl’inglesi se ne accorsero, Bonner Fellers fu trasferito, il codice cambiato e per Rommel cominciarono i guai. Anche Talamo, purtroppo, pagò la bravura e la fedeltà al re. Arrestato nel marzo del ‘44 quale componente del fronte militare clandestino di Roma, guidato dal colonnello Montezemolo, il suo nome fu inserito nell’elenco dei 335 ostaggi da fucilare alle Fosse Ardeatine in rappresaglia dell’attentato di via Rasella. Si trattò della bieca vendetta del maggiore Kappler, responsabile del servizio di sicurezza tedesco. Aveva con Talamo un conto aperto dal ‘42 quando un’altra sua incursione, stavolta all’ambasciata svizzera, aveva scperto il doppio gioco a favore degli inglesi di Kurt Saurer, addetto culturale presso la rappresentanza diplomatica di Berlino. Kappler avrebbe desiderato che la faccenda rimanesse coperta e di sua competenza, Talamo invece aveva tirato dritto. Resiste in questa fetta del deserto egiziano il nobile spirito, che ha indotto tanti dei nostri nonni e dei nostri padri a morire per tener fede a un giuramento. Lo si tocca con mano sulle pietraie, sui dossi, sulle dune che da el Alamein, ormai una località turistica in espansione, portano alla depressione di el Qattara. Frotte crescenti d’italiani continuano a onorare i sessanta chilometri del vecchio fronte con una presenza piena di passione e di pudore. Il sito di Daniele Moretto, il progetto sponsorizzato dall’università di Padova per ricondurre alla luce i resti italiani offrono la testimonianza più vivida di un attaccamento, che ha giustamente superato qualsiasi steccato ideologico per riversare il proprio rispetto sui ragazzi della generazione sfortunata, ai quali non fu data alcuna possibilità di scelta. In uno scontro che oppose oltre trecentomila uomini giganteggiarono le figure di Rommel e di Montgomery, capaci di trasformare la guerra nel deserto in una tenzone personale dal sapore quasi medievale. Eppure, per gli inglesi altrettanto importante, se non più, fu l’apporto dell’iniziale comandante dell’8a armata, Auchinleck, che ebbe il merito di fermare l’avanzata italo-tedesca nei mesi più difficili, prima che dagli Stati Uniti arrivassero i nuovissimi modelli di tank e di cannoni anti carro. Ma Auchinleck stava antipatico a Churchill e fu sacrificato alle ansie di vittoria del primo ministro: lui si ritenne giustamente vittima di un’ingiustizia e non rimise piede in Gran Bretagna fino al termine dei propri giorni. Accanto ai grandi protagonisti - raccontati attraverso aneddoti sconosciuti, i diari di quei giorni, le testimonianze inedite dei collaboratori - si mossero gli eroi sconosciuti. Ragazzi provenienti dall’Inghilterra, dall’Australia, dal Sud Africa, dalla Nuova Zelanda, dalla Germania, dall’Italia, le cui imprese caratterizzarono i tanti episodi entrati nella leggenda. Le grandi decisioni strategiche decise dalla fame e dalle sete di una pattuglia; lo sfondamento fallito per le bizze di un orologio; i morti e i feriti di entrambi gli schieramenti raccolti assieme durante la breve tregua dettata dalla comune pietà; l’aspra esistenza dentro le buche assieme a ragni, scarafaggi, scatolette oppure dentro lo scafo di un carro armato seduti su quintali di granate. E poi le lettere a casa, i sogni, le illusioni di tanti giovani, che non tornarono. Pur ignorati dalle ricostruzioni ufficiali, bersaglieri, parà, fantaccini, genieri, aviatori, artiglieri scrissero pagine di memorabile abnegazione persino a dispetto del regime che li aveva abbandonati nel deserto. Gli italiani non scapparono, non alzarono le mani, spesso morirono in silenzio nella loro buca. A el Alamein molti presero coscienza del sanguinario bluff del fascismo: non a caso la gran parte dei pochi sopravvissuti della Folgore s’arruolò, dopo l’armistizio dell’8 settembre, con gli anglo-americani. |
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