- 1960
IL MIGLIORE ANNO DELLA NOSTRA VITA

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L’11 gennaio 1960 il Financial Times assegna alla lira l’Oscar delle valute. Comincia così il miglior anno della nostra vita. Gli abitanti del Belpaese non hanno bisogno di questi riconoscimenti ufficiali per sapere che stanno vivendo un periodo d’oro. L’avvertono sulla pelle, lo sentono nei precordi. Siamo ancora lontani dai Paesi più industrializzati, benché nel ‘59 gli addetti siano aumentati di 480 mila unità: il reddito annuo pro capite è di 927 dollari (meno di 8 mila euro); negli Usa è di 3.221 dollari, in Svizzera di 2.213, in Svezia di 2.161, in Germania Ovest di 1.773, in Gran Bretagna di 1668, in Francia di 1.490. Tuttavia il convincimento collettivo è che sia solo questione di tempo prima di stabilizzarsi al livello dei ricchi. Anche la pubblicità asseconda quest’ansia di fare, di progredire. La Vendomatic suggerisce l’installazione delle macchine distributrici di caffè e di bevande «per aumentare la produttività al lavoro e per investire meglio il proprio danaro». Del calcolatore elettronico Ibm 632 è vantata «la flessibilità: può essere impiegato per la soluzione dei più disparati problemi aziendali, che richiedono operazioni di calcolo, fatturazione, contabilità clienti, fornitori, libro degli sconti, conti provvigione, calcolo di premi di assicurazione, cartelle esattoriali, ecc.».

Si sente a pelle che niente può fermare la crescita. «Domenica, è sempre domenica». il refrain del motivetto che conclude Il Musichiere, la trasmissione di maggior successo, racchiude il sentimento generale: per quanto la settimana possa esser stata dura, arriva il giorno della festa, della passeggiata con l’abito buono, dei pasticcini da portare a casa. Dunque, non c’è penultimatum di Kruscev o annuncio di superarma statunitense capace di rallentare la corsa in avanti. Un segnale lo dà anche il Vaticano: Giovanni XXIII nomina il primo cardinale di colore, Laurian Rugambwa vescovo di Rutabo in Tanganica, e il primo cardinale giapponese, Peter Tatsuo Doi, arcivescovo di Tokio. L’Olimpiade di Roma – con la volata di Berruti, lo strapotere di Cassius Clay, la corsa trionfale di Bikila – e l’elezione di Kennedy riempiono di speranza molto più di quanto non abbiano inquietato l’abbattimento dell’aereo spia statunitense in territorio sovietico, la sfida verbale a calor bianco tra le due superpotenze.

Non è tanto questione di soldi, bensì di positività, di ottimismo perfino ingenuo. Ci si affida a cartelli e giornali murali per combattere, specialmente, in campagna, l’analfabetismo: non riescono a leggere e scrivere circa 4 milioni d’italiani, per essi viene ideata una delle leggendarie e meritevoli trasmissioni Rai, Non è mai troppo tardi. Tanti agognano mettersi in proprio, lanciarsi nell’avventura, mordere la vita. Da Milano Marittima a Cesenatico, in un fazzoletto di chilometri, spuntano 4.600 alberghi-pensioni. In quelle a conduzione familiare il tutto compreso costa 600 lire (8 euro) al giorno. Il settore rende 500 miliardi l’anno (6 miliardi e mezzo di euro). Il turismo conosce un’espansione incontenibile, non più limitato agli stranieri e all’estate. La pubblicità accredita l’illusione che ogni prodotto sia accessibile. I numeri diventano impressionanti: oltre il 50 per cento delle famiglie si avvia a possedere un frigo, una tv (se ne comprano 1500 al giorno) e sarà pronta a firmare nuove cambiali per acquistare lavatrice, lavastoviglie, scaldabagno, il massimo dello chic. Il prezzo degli elettrodomestici oscilla tra le 100 e le 150 mila lire (1100-1900 euro). Proprio la cambialina, con le decine di girate a raccontare le tante mani attraverso cui è transitata, rappresenta una delle poche costanti, che rendono eguale il Settentrione al Meridione.

I bambini vanno a letto dopo Carosello, però hanno imparato il conteggio alla rovescia, che scandisce la messa in orbita dei missili. La sfida spaziale tra Usa e Urss avvicina il cosmo, fa toccare il cielo con un dito. Servono 14 ore per andare da Roma a New York, da Parigi ne bastano già 8, ritorno nientemeno che in 6 ore e tre quarti grazie ai venti. Gli aerei cadono a grappoli, ma il numero dei passeggeri e delle rotte raddoppia. Il desiderio di arraffare il tempo è tale da mettere in secondo piano qualsiasi rischio.

Vengono prodotte più di 600 mila auto, delle quali oltre 381 mila vendute in Italia, ma 900 mila aspiranti guidatori prendono la patente. Lo fanno anche alcuni sacerdoti, malgrado il Sinodo stabilisca che solo in caso di assoluta necessità possono condurre una vettura. Spopolano le due utilitarie a guscio d’uovo della Fiat, la 500 (450 mila lire, 5.500 euro) e la 600 (625 mila lire, 7200 euro). Per acquistare la prima servono circa dieci stipendi da operaio, per la seconda circa quattordici.

Il ‘60 viene salutato dai due capolavori, che si sono imposti alla mostra di Venezia il settembre precedente: La grande guerra di Monicelli e Il generale della Rovere di Rossellini. A febbraio arriva La dolce vita di Fellini; seguono Rocco e i suoi fratelli di Visconti, Tutti a casa di Comencini, La lunga notte del ‘43 di Vancini, L’avventura di Antonioni, La ragazza con la valigia di Comencini; si chiude con La ciociara di De Sica. L’abbondanza è così straripante da far perdere, a volte, un po’ di misura. La mostra di Venezia del ‘60 assegna il primo premio a Il passaggio del Reno di André Cayatte, il secondo a Rocco e i suoi fratelli; miglior attore John Mills per Whisky e gloria, miglior attrice Shirley MacLaine per L’appartamento. Il riconoscimento per l’opera prima va a Florestano Vancini regista de La lunga notte del ‘43. Fuori concorso sono proiettati Polyanna e Kapo. Eppure il critico del Corriere della Sera definisce modesta la rassegna, ne predice l’inevitabile declassamento. Insomma, se quell’anno si vendono 748 milioni di biglietti nella sale di prima, seconda e terza visione – incasso di 116 miliardi (un miliardo e 400 milioni di euro) – non è per la ridotta programmazione televisiva.




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