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Turiddu il postelegrafonico

(1943-1945)

TURIDDU gioca il tutto per tutto. Con un colpo secco del palmo della mano manda la canna del fucile a sbattere contro la faccia del giovane carabiniere che lo tiene sotto tiro. Il carabiniere, prima ancora che dolorante, ne rimane stordito. Turiddu scappa abbandonando il mulo e centoventi chili di frumento. Il boschetto di vimini é lì a poche decine di metri, se lo raggiunge é salvo. I suoi scarponi alzano una striscia di polvere nel tramonto accaldato di inizio settembre. Ode voci concitate che s’avvicinano, che lo minacciano, che gli intimano di fermarsi, ma non si ferma: ha davanti la libertà. Dieci metri dai primi arbusti, cinque metri...Ce l’ha quasi fatta... Invece una palla di fuoco - a lui almeno tale pare - gli fa bruciare il fianco. Turiddu barcolla, cade, cerca un riparo, trova terra brulla e fili d’erba seccati dalla lunga estate. La mano destra sfiora la ferita, scende lungo il fianco, raggiunge la caviglia, palpa il revolver calibro 9 che porta sotto la calza, dentro lo scarpone. L’ha avuto da un ex prigioniero iugoslavo, assieme a cinque pezzi di tela grezza, in cambio di un fiasco di vino. Turiddu aveva immaginato che quel revolver gli sarebbe servito, ma non contro gli uomini della legge. Lo punta inquadrando il ragazzo in divisa al quale é sfuggito e che lo ha appena ferito, preme il grilletto: un colpo dritto al cuore. Sono le 17.17 del 2 settembre 1943. Così muore un carabiniere e nasce un bandito. Così cambia la storia della mafia e dell’Italia.

Il carabiniere si chiama Antonio Mancino e ha 24 anni; il bandito si chiama Salvatore Giuliano e compirà 21 anni il 20 novembre. Quel pezzo di terra brulla tra il boschetto di vimini e il rigagnolo essiccato é Quarto Mulino, frazione di San Giuseppe Jato, un paesone destinato a entrare nella cronaca dei decenni successivi. L’uccisione di Mancino impaurisce l’appuntato Renato Rocchi e le due guardie campestri, Giuseppe Barone e Vincenzo Manciaracina, che hanno approntato il posto di blocco in cui é incappato Giuliano. I tre sparano qualche colpo a casaccio verso la macchia in cui é acquattato Turiddu, ma hanno perso la baldanza d’essere armati: anche l’altro lo é e ha mostrato una mira di tutto rispetto. Quanto alla divisa che portano, l’appuntato e le guardie campestri sanno che non conta - le divise in Sicilia non hanno mai contato molto -, anzi, li espone a qualche rischio in più. Giuliano aspetta il buio prima di lasciare il boschetto di vimini. Trova una casa amica e un medico compiacente a Borgetto, alle porte di Palermo. In cinque giorni smaltisce le conseguenze della ferita, però il suo destino è segnato: nelle mani dell’appuntato Rocchi è rimasta la sua carta d’identità. La notte in cui il fratello Giuseppe e alcuni parenti vengono a riprendere Turiddu lo portano direttamente in un rifugio a Calcerame, la collina che domina Montelepre da oriente. La madre, che con quel figlio, l’ultimo di quattro, ha un rapporto fortissimo, dai dichiarati tratti edipici, gli ha approntato un nascondiglio dentro una grotta. Giuliano trascorre lì la convalescenza. Una volta guarito, comincia a guardarsi intorno con il binocolo tedesco recapitatogli assieme a un mitragliatore e a una rivoltella. La borsa nera, il contrabbando del grano sono ormai alle spalle. L’attende un’esistenza nuova. Gli inizi sono da bandito di strada quali la Sicilia ha prodotto a centinaia. Protetto e aiutato da una diffusa omertà che dalla famiglia d’origine si estende all’intera Montelepre, dapprima da solo, poi attorniato da cugini, zii e da un numero crescente di simpatizzanti, Giuliano rapina e taglieggia, sequestra e uccide. Il suo obiettivo prediletto sono carabinieri e militari del regio esercito, che conducono una vita stentata, da ospiti mal sopportati per non dire di peggio. Giuliano agisce in una Sicilia arida, tra montagne che induriscono il paesaggio e il cuore, una terra che ha poco da offrire alle bestie che vi pascolano, figuriamoci agli uomini. E’ una Sicilia irredimibile già nel passato, secondo la celebre definizione di Tomasi di Lampedusa, immobile nei secoli, insensibile alle lusinghe di Garibaldi e ai cannoni di Cesare Mori, il famoso "prefetto di ferro" inviato da Mussolini negli anni Venti per sradicare la mafia. In poco tempo le imprese del picciotto, capace, la notte del Natale ’43, di assaltare da solo un autocarro pieno di carabinieri, raggiungono orecchie interessate. Nel febbraio successivo Vito Genovese, "don Vitone", futuro capo dei capi di Cosa Nostra negli Stati Uniti, decide che la conoscenza di Turiddu vale uno scomodo viaggio da Palermo. L’incontro è immortalato da una foto. Giuliano dimostra molto più dei 21 anni che ha e appare serio, frastornato. Genovese invece sorride e s’atteggia a compagnone; si è messo in posa con gli occhiali da sole tipici dei soldati americani. Infatti ne indossa la divisa: fa l’interprete alle dipendenze del colonnello Charles Poletti, ex vicegovernatore dello stato di New York e responsabile degli affari civili nella Sicilia da poco occupata. E dire che Genovese è ricercato negli States per omicidio: è fuggito nel ’37 per evitare un processo che l’avrebbe potuto condurre alla sedia elettrica. Riparato in Italia, "don Vitone" ha compiuto atto d’ossequio al fascismo e si è piazzato buono buono in un cantuccio, pronto a rendere qualche favore ai nuovi protettori. Dopo lo sbarco, è regolarmente arruolato dagli americani, benchè penda su di lui un nuovo procedimento penale aperto dalla procura di New York. Viene sospettato di essere il mandante della brutale eliminazione del giornalista anarchico Carlo Tresca, ucciso a pistolettate nel gennaio del ’43, tra la Fifth Avenue e la Quindicesima Strada, da Carmine Galante, altro futuro boss allora agli esordi. Genovese non si limita però a fare l’interprete: nei ritagli di tempo depreda l’esercito americano e con la refurtiva - pane, olio, zucchero, caffè, vestiti - organizza un lucroso mercato nero. Non è il solo. A Max Mugnani, il più noto trafficante di stupefacenti, è affidato il deposito dei prodotti farmaceutici, e la morfina va letteralmente a ruba. Genovese e Mugnani non si muovono da isolati: li spalleggia la mafia, rappresentata da personaggi come Calogero Vizzini, Giuseppe Genco Russo e Vanni Sacco, i principali alleati dei nuovi padroni.

La mafia studia Giuliano a distanza. Ne prende le misure. Lo tiene d’occhio per un eventuale utillizzo. Buscetta, il primo dei grandi collaboratori di giustizia dirà che Giuliano era un uomo d’onore della "famiglia" di Montelepre, sotto la giurisdizione di Salvatore Celeste, capobastone di San Cipirello. Sarà vero? Turiddu già in quei primi mesi del ’44 è troppo esposto -addirittura bruciato- perchè i boss lo possano accogliere tra le proprie file. E’ un assassino di carabinieri e per quanto gli equilibri politici siano in bilico tra monarchia e separatismo, con quest’ultimo diviso tra l’ala filo-britannica e l’ala filo-americana, la prudenza invita a giocarlo, non a farlo partecipare al gioco. Giuliano però annusa l’aria, capisce che qualcosa si agita. I siciliani hanno trasformato la millenaria rabbia antigovernativa in un confuso desiderio di far da soli, Turiddu cerca una strada che gli consenta di lasciare le grotte e dormire tranquillo nel letto di casa. Sa a malapena leggere e scrivere, non ha interessi che vadano al di là di una miseria meno nera per sè e per la famiglia, però è dotato di un formidabile istinto militare e di un intuito galoppante. I manifesti che nel novembre ’44 fa affiggere sui muri di Montelepre e dei paesi vicini, fino alle prime case di Palermo, testimoniano la svolta. Vi sono disegnati il continente americano e l’Italia con una catena che dagli Stati Uniti giunge fino alla Sicilia, passando per Roma. La catena è spezzata nel mar Jonio da un omino che impugna uno spadone e porta un singolare copricapo, simile a quello indossato dai giocatori di polo: ha infatti in testa il suo berretto con visiera e filo rosso da fattorino postelegrafonico, un lavoro che svolgeva saltuariamente, stendendo i fili nelle campagne. Il manifesto contiene un’indicazione esplicita: "A morte i sbirri succhiatori del poplo siciliano e perchè sono i principali radici fascisti, viva il separatismo della libertà". A parte l’italiano e l’ortografia, a parte la rancorosa avversione per i carabinieri, colpevoli ai suoi occhi di sequestrare le merci del contrabbando ("succhiatori del popolo siciliano"), Giuliano si schiera con il separatismo prima ancora di capire bene che cosa sia e che cosa possa dargli in cambio dei suoi servigi. La "butta in politica", insomma. E’ il primo. Molti altri nei cinquant’aani successivi seguiranno la stessa via.

Quando Giuliano va a ingrossare le sue file, il separatismo sta per raggiungere il vertice della parabola. Tra la rivolta di Catania del dicembre ’44 e la proclamazione della libera Repubblica di Comiso del gennaio ’45, la Sicilia vive una fase prerivoluzionaria. A Catania, migliaia di giovani, guidati da Antonio Canepa, docente universitario comunista e separatista, rispondono ai bandi di leva per la ricostituzione del regio esercito bruciando il municipio, il distertto militare, l’esattoria, l’intendenza di finanza. A Comiso, carabinieri e soldati cacciati dal paese per più di una settimana si rivelano incapaci di riprenderlo: alla fine devono scendere a patti.Atti continui di guerriglia, soprattutto nella zona orientale dell’isola, costringono i militi ad asserragliarsi nelle caserme dal tramonto all’alba. Per fortuna il vertice del movimento è politicamente spaccato e umanamente diviso da quegli odi fraterni che i siciliani coltivano da insuperati maestri. L’elemento di maggior spicco è Andrea Finicchiaro Aprile, fiorentino d’origine, figlio di un onorevole e insigne giurista, Camillo, garibaldino a 16 anni. Finocchiaro Aprile, che per quel eterno amore del paradosso, così radicato in Sicilia, risulta iscritto a una loggia massonica antiregionalista, è stato sottosegretario con Nitti e con Giolitti, poi l’insensibilità di Mussolini alle sue suppliche e ai suoi proclami di fedeltà l’ha obbligato a tenersi in disparte. Di conseguenza passa per antifascista. Una simile credenziale gli è servita nel gennaio del ’43 per inviare agli ambasciatori presso la Santa Sede un memorandum in cui il popolo siciliano chiedeva il riconoscimento della propria sovranità nazionale. Naturalmente il popolo siciliano non soltanto non chiedeva alcunchè, ma ignorava persino che tale richiesta fosse stata avanzata a suo nome dal CIS (Comitato per l’Indipendenza Siciliana), padre del futuro MIS (Movimento per l’Indipendenza Siciliana), che da quei giorni è il partito ufficiale dell’utopia. Attorno a Finocchiaro Aprile si coagulano i settori più retrivi e più preoccupati della nobiltà e della borghesia, accomunati da un identico interesse: la difesa del latifondo. Per gli esponenti dell’antico patriziato, distintosi nei secoli in tutte le battaglie di retroguardia, la caduta del fascismo deve coincidere con la loro presa del potere. Sono per l’abbattimento del tiranno purchè non siano toccati i confini dei propri possedimenti. Questa è l’autentica natura dei padri fondatori del MIS e, per assecondarla, il barone Lucio Tasca (nominato nell’ottobre del ’43 sindaco di Palermo), i duchi di Carcaci, gli avvocati Attilio Castrogiovanni e Sirio Rossi, i baroni Stefano La Motta e Nino Cammarata, il proprietario terriero Concetto Gallo pencolano a ogni colpo di vento. Alcuni sognano la trasformazione della Sicilia in una seconda Malta sotto il protettorato inglese; altri che essa diventi la qurantanovesima stella della bandiera americana. Non li unisce neppure la comune appartenenza alla massoneria e alla mafia: secondo Buscetta, lo stesso Finocchiaro Aprile (del quale è sempre stata esclusa l’appartenenza alla mafia, nonostante i suoi stretti legami con innumerevoli mammasantissima) sarebbe stato un affiliato alla "famiglia" palermitana di Porta Nuova. Congiure, tradimenti, accordi sottobanco sono, nel 1944, gli ingredienti di una realtà indigesta per tutti tranne che per la mafia. Dopo uno sbandamento iniziale, la mafia abbandona il separatismo a favore di un’autonomia in cui intuisce che mangerà a sbafo. La scelta non è dettata da semplice lungimiranza; si avverte la chiara influenza dei cugini americani di Cosa Nostra, fedeli portaparola del governo statunitense e dei suoi disegni per il dopoguerra. Nel breve volgere di poche stagioni, il separatismo si affloscia. Gli ideali d’indipendenza, di autodeterminazione, di riscatto millenario che hanno incendiato cuori e muri risultano estranei proprio a chi li ha proclamati. L’unico interesse da cui sono animati è la difesa di privilegi secolari. Ecco il motivo che impedisce di sfruttare la situazione favorevolissima dell’inverno 1945: il vertice separatista ha paura di non controllare la piazza e le sue spinte di democrazia avanzata. Di conseguenza viene emarginata l’ala sinistra del movimento, incarnata dall’avvocato Antonino Varvaro e da quel professor Canepa che spera di trapiantare i valori del comunismo nella "Sicilia nazione". Non casualmente i suoi giorni di aspirante rivoluzionario finiscono in un agguato dei carabinieri poco dopo aver proclamato: "Allorchè faremo la Repubblica Sociale in Sicilia, i feudatari ci dovranno dare le loro terre, se non vorranno darci le loro teste". Quando, una notte del giugno 1945, Canepa viene ucciso assieme a due compagni, il separatismo è ormai in fase calante, anche se ha creato il suo apparato militare, l’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana) e stabilito un contatto con Giuliano. A quella data, infatti, siamo già all’accademia; la partita vera si è conclusa con il cambio di casacca della mafia traslocata dal MIS alla nascente DC. Esistono due precisi riferimenti cronologici. Nel febbraio del ’44 Giuseppe Alessi, che incarna l’anima intransigente della Democrazia Cristiana, si oppone vanamente all’ingresso nel partito degli ex separatisti del Vallone - un insieme di paesi in provincia di Caltanissetta - la cui mente politica è Calogero Volpe, futuro deputato e sottosegretario alle Poste, e il cui braccio armato sono Giuseppe Genco Russo, Calogero Vizzini e Vanni Sacco: la sacra Trimurti dell’ "alta mafia". Nel gennaio del ’45 Bernardo Mattarella, l’esponente più rampante della Democrazia Cristiana, benedice con un articolo sul Popolo l’ingresso nel partito dei villalbesi di don Calò Vizzini. Il 10 aprile 1945, a sedici giorni dall’apertura della conferenza di San Francisco (dove sarà battezzata l’ONU), l’OSS (Office of Strategic Service), il servizio d’intelligence che si può considerare la mamma della CIA, informa il governo di Washington che la mafia ha convinto Finocchiaro Aprile ad accontentarsi dell’autonomia anzichè prendere l’indipendenza. L’integrità dello Stato italiano, secondo i desiderata degli Stati Uniti più che della Gran Bretagna, è ormai intangibile. I colpi di coda di Finocchiaro Aprile, i contatti sotterranei con Vittorio Emanuele Orlando -altro massone e grande amico di mafiosi, come Vanni Sacco, se non mafioso lui medesimo-, le folcloristiche trattative con Umberto di Savoia per un eventuale Regno di Sicilia da fondare in caso di vittoria della Repubblica, non mutano il quadro generale e non avrebbero potuto mutarlo. Tuttavia, essendo grande la confusione sotto il cielo di Sicilia, capita che i catanesi del MIS, Gallo e il duca di Carcaci, cerchino ed ottengano un contatto con Giuliano. Gallo e Carcaci rappresentano l’ala oltranzista. Hanno arruolato un centinaio di studenti di buona famiglia, hanno dato loro una divisa e una bandiera dove compaiono i colori del duca, li hanno convinti che sono l’avanguardia armata cui presto seguiranno le falangi del popolo per l’immancabile rivincita attesa dal giorno dei Vespri. Il fumo è tanto, l’arrosto manca. Per trovarlo Gallo e Carcaci si arrampicano fino alla fattoria dei fratelli Genovese e Bellolampo, distante poche centinaia di metri dalla caserma dei carabinieri. Giuliano è ben felice di accoglierli. Per lui separarsi dall’Italia significa cancellare le pendenze con i giudici e gli sbirri. Promette perciò di aprire un secondo fronte e di infliggere il colpo di grazia all’esercito italiano messo sotto pressione dalla rivoluzione nella Sicilia orientale, che Gallo e Carcaci gli danno per imminente. Ma chi ha condotto i due separatisti da Giuliano? Il duca di Carcaci nelle sue memorie ricorda che il primo contatto l’ebbe l’avvocato Castrogiovanni attraverso i buoni uffici di Tasca. E questi poteva contare sulla conoscenza tra il barone La Motta e Pietro Franzone, fratello del sindaco di Borgetto, che si era prodigato nella protezione di Turiddu ferito a Quarto Mulino. La mafia, tuttavia, resta in agguato. Vizzini in persona sovrintende alla riunione in cui lo stato maggiore del MIS deve decidere se arruolare o no Giuliano. Sono tutti convinti, l’unico dubbioso in nome dell’ideale è Varvaro e allora don Calò dà la spinta finale spiegando che per il giovanotto garantisce lui perchè lui ne ha il pieno controllo. Giuliano incontra per la seconda volta gli improvvisati compagni di viaggio: riceve i gradi di colonnello dell’EVIS e l’assicurazione che in caso di vittoria la sua fedina penale tornerà immacolata. Turiddu propone di formare un quadrato armato tra Partinico- Montelepre- Borgetto- San Giuseppe Jato per bloccare il maggior numero di battaglioni e colpire poi con la tecnica del mordi e fuggi, che egli attua da venti mesi. La proposta non è accolta. I capi del MIS si congedano con la promessa di far arrivare a Giuliano un milione. Non s’incontreranno più: entro pochi mesi la truppa di Gallo e di Carcaci sarà sgominata, Giuliano cercherà altri garanti della propria salvezza; la mafia dapprima ne ingigantirà la pericolosità, poi lo venderà. Ricordate la frase attribuita nel ’92 a Riina: "Bisogna prima fare la guerra per poi fare la pace"? Anche con Giuliano viene messa in atto un’operazione identica. Occorre far sì che l’ex fattorino postelegrafonico di Montelepre diventi il pericolo pubblico numero uno per strappare le migliori condizioni al momento della consegna. Inutile aggiungere che in questi casi un morto vale molto più di un vivo. Nella fase iniziale il burattinaio è Vizzini. Un semianalfabeta, più largo che lungo, giunto in prossimità sei settant’anni, ma così lucido da trattare contemporaneamente con l’OSS, con Poletti, con Girolamo Li Causi (responsabile del PCI regionale), con Genovese, con Giuliano, con i separatisti, con i democristiani. Vizzini ha i tentacoli di una piovra. D’altronde viene da lontano, sa come gira il mondo e sa che in Sicilia può girare più piano o più veloce a seconda del comodo di alcuni. La sua intera vita ne è un’ esemplare dimostrazione.Vizzini appartiene al ramo campagnolo di una famiglia zeppa di preti e avvocati. Il paese natìo, Villalba è nel profondo dell’isola. A cavallo del secolo è stato feudo incontrastato dei Pantaleone, il casato dell’indomito nemico di don Calò: il ragionier Michele autore del "Sasso in bocca" e di tanti altri libri che hanno avuto il merito di porre il problema mafioso quando pochi ne parlavano. I primi passi di Vizzini, nato nel 1877, sono avventurosi. Le denunce della forza pubblica e le carte dei processi ce lo descrivono quale giovane aiutante del brigante Varsalona, che non farà una bella fine al pari di quasi tutti i suoi simili. A uscirne indenne è il giovane Calogero, tant’è vero che nel 1908 si può proporre quale mediatore tra il duca Francesco Thomas de Barberin e la Cassa rurale cattolica -presieduta da un suo zio, il sacerdote Sgarlata- per l’affitto del feudo Belici. La transazione va in porto, i contadini fedeli alla Chiesa ottengono le terre da coltivare e Vizzini ne guadagna il prestigio personale ed economico, dato che a lui sono affidati ben duecentonovanta ettari. E’ la svolta. Appoggiato da un cugino avvocato, Vizzini allarga il raggio della propria azione, investe nelle miniere di zolfo. Allo scoppio della prima guerra mondiale costituisce una società per l’approvvigionamento di muli, cavalli e asini all’esrcito. Lo fa alla sua maniera: lucrando sul prezzo e sul numero delle bestie, vendendo animali rubati o facendoli rubare dopo averli venduti. I conti risultano così esosi che alla fine delle ostilità il ministero invia un generale per capirci qualcosa. Ne deriva un processo nel quale sono condannati soltanto gli ufficiali. Vizzini non soltanto la scampa, ma si gode i benefici delle proprie ruberie. Nel 1916, in un’asta pubblica truccata, ha acquistato per 60.000 lire 501 ettari del feudo Marchesa che nel ’19 rivende per 1550 lire a ettaro. Con questi proventi incamera tutte le miniere di zolfo della zona e in più una piccola tenuta nei pressi di Chianciano, che poi cede per una somma che provvede subito a versare nelle casse del fascismo. L’obolo gli serve per bilanciare le simpatie manifestate nei confronti dei popolari, ormai il partito di famiglia, considerato che all’alto numero di parenti con la tonaca si sono aggiunti due fratelli di don Calò: Giovanni, futuro monsignore della chiesa Matrice e Totò che avrà la parrocchia dell’Immacolata. Vizzini è ricco e temuto, i suoi nuovi amici si chiamano Lucio Tasca e Andrea Finocchiaro Aprile ed è probabile che Tasca, singolare cantore del latifondo siciliano, lo trascini in una loggia massonica alla quale sono iscritti i principali agrari dell’isola. Ai suoi tanti riconoscimenti don Calò ne aggiunge uno internazionale: nel ’22 partecipa alla riunione di Londra per la creazione di un cartello mondiale dello zolfo. Una sede dove l’ometto di Villalba si trova a rappresentare l’Italia gomito a gomito con personaggi del calibro di Guido Donegani fondatore della Montecatini, e di Guido Jung, ministro del tesoro durante il regime fascista. Diventa così comprensibile perchè Vizzini superi quasi indenne le crociate di Mori. Nella sua unica intervista (concessa nel ’54 a Montanelli sul "Corriere della Sera" per interessamento di Tasca) lamenterà di aver sofferto cinque anni di carcere da innocente. Non ne abbiamo trovato traccia. Lo stesso anno di confino, nel ’28, da trascorrere a Tricarico, in Basilicata, è molto all’acqua di rose giacchè don Calò si può muovere, può viaggiare, viene spesso visto a Caltanissetta e a Villalba. Sono i prodromi della clamorosa assoluzione nei processi in cui è imputato di sovrintendere alla "mafia delle miniere" e di far parte della "mafia del latifondo". Le sentenze sanciscono l’intoccabilità di Vizzini, lui però non perdonerà mai al fascismo l’affronto di averlo condotto in giudizio. Il suo potere travalica ormai i confini della provincia di Caltanissetta. Don Calò fa parte a pieno titolo dell’ "alta mafia", quella che si occupa dei campi di grano e da pascolo, degli uliveti, dei limonceti, degli aranceti, delle immense fortune che da essi promanano. Vizzini assume la dimensione di colui che può mediare sia gli affari sia gli sgarbi: viene ritenuto indispensabile proprio da quelle famiglie che spesso sono chiamate a soddisfare i suoi robusti appetiti. Le mediazioni, infatti, costano in ogni senso. A renderle uniche è l’alone che le circonda. Vizzini è considerato il più classico "amico degli amici". I suoi compari stanno a Mussomeli (Genco Russo) e a Camporeale (Vanni Sacco), ma stanno pure a Philadelphia dove il boss è Angelo Bruno, che da bambino a Villalba si chiamava Angelo Annaloro. E se arriva uno zio d’America che ignora il suo rango, come nel caso di Vito Genovese, Vizzini fa di tutto per incontrarlo a Napoli e piacergli. Insomma, quando gli Alleati sbarcano nel luglio del ’43 sanno bene a chi rivolgersi. E’ probabile anche che a Vizzini si siano già rivolti gli emissari della "Sezione Italia" dell’OSS. L’ha formata Earl Brennan, diplomatico di carriera, appartenente a quell’alta borghesia WASP che interpreta lo spionaggio come un eccitante gioco di società. Il giovane Brennan ha frequentato l’Italia, c’è tornato da incaricato d’affari dell’ambasciata statunitense di Roma, ha girato la penisola in lungo e in largo allacciando importanti rapporti con i massoni legati ai circoli anglosassoni. Quando il capo dell’OSS, William Donovan, un ex avvocato amicissimo di Roosevelt, che a Washington chiamano "Bill il pazzo", riceve l’incarico di preparare l’invasione della Sicilia, si affida naturalmente a Brennan. Il primo assunto della "Sezione Italia" è un avvocato del Connecticut, Vincent Scamporino, figlio di emigrati italiani. Pare che l’indicazione sia giunta dal giro di don Luigi Sturzo, il prete di Caltagirone, fondatore del Partito Popolare, esule da vent’anni negli Stati Uniti e con buone entrature al Dipartimento di Stato. Scamporino non è soltanto un oriundo, è pure il legale dei sindacati sui quali Cosa Nostra ha già steso la propria ombra. Suo vice è un altro avvocato, Victor Anfuso, che ha difeso nelle aule di giustizia tanti siciliani di Brooklyn. Il terzo in gerarchia è un ventenne con il pallino dell’agente segreto, Max Corvo. Questo 007 in erba proviene da Melilli, duemila anime in provincia di Siracusa, e i sedici membri della "Sezione Italia" saranno quasi tutti suoi compaesani. Così Melilli entra a sua insaputa nella Storia, dove invece resta poco la "Sezione Italia". Alla fine del ’43 sarà sciolta e i responsabili dell’OSS cercheranno di far scendere il silenzio su di essa. Le missioni nell’isola del gruppo di Scamporino cominciano nel gennaio del ’43. Gli uomini dell’OSS hanno indirizzi sicuri, godono di protezioni ferree e di "amici" in grado di indicare l’esatta dislocazione dei comandi e delle stanze in cui sono celate le casseforti più protette, quelle con le mappe dei campi minati e i codici segreti. In primavera la mafia compie la sua scelta di campo allo stesso modo della nobiltà, che nelle ville di campagna ospita i pari grado britannici arruolati dall’Intelligence Service. Secondo Michele Pantaleone, l’alto comando statunitense avrebbe addirittura inviato un caccia sopra la casa di don Calò per lanciare un plico con cui avvisarlo che, in mancanza di taxi, l’avrebbe prelevato un carro armato con l’insegna di Luciano (una grande "L" nera). Questo racconto oggi può fare sorridere, ma in Sicilia abbiamo visto troppe fantasie trasformarsi in incubi per non concedere almeno il beneficio del dubbio alla stupefacente elevazione di Vizzini nell’empireo a stelle e strisce, tanto più che il 27 luglio don Calò è nominato sindaco di Villalba dal tenente Beher del Civil Affairs, l’organizzazione di Poletti. Qualcuno maliziosamente racconta che il tenente Beher deve scandire l’atto a voce alta per venire incontro alle difficoltà del neosindaco con la lettura di vocali e consonanti. A Vizzini e ai suoi uomini è concesso il porto d’armi per difendersi dai fascisti che, poveracci, non li avevano infastiditi neppure quando detenevano il potere. L’ex aiutante del brigante Varsalona è riverniciato di tutto punto. Lui, Genco Russo, Calogero Volpe e gli altri del Vallone possono contare anche sull’appoggio del neoprefetto di Caltanissetta, l’avvocato Arcangelo Cammarata, il quale, nell’indicare agli Alleati i nuovi amici, non ha dubbi nello scegliere gli "uomini di rispetto", possibilmente con qualche consanguineo sacerdote. Poichè la mafia è stata tenuta nell’angolo durante il Ventennio, l’appartenenza ad essa diventa una nota di merito. A nessuno, meno che mai agli americani, interessa che nel curriculum di Vizzini risultino trentanove accuse di omicidio, trentasette di furto, sessantatrè di estorsione. Della mafia che l’alto comando alleato ripropone quale garante del nuovo ordine, don Calò è la punta di lancia, quello che ha più carisma, più contatti. Li usa per parare i contraccolpi del temuto cambiamento. La sua fede combacia con la "roba". Se nel ’20 è stato pronto a saltabeccare dai popolari ai fascisti, nel ’43 è pronto a lisciare il pelo ai separatisti, che poi, nella gran parte, sono gli stessi personaggi con i quali ha trattato e concluso accordi. Il futuro della Sicilia, il suo strombazzato riscatto lasciano indifferenti Vizzini e il resto della mafia. Il loro cuore batte per quei pezzi di latifondo che si possono ottenere a gabella. La bandiera e l’ideologia che ne consentiranno l’accaparramento saranno la loro bandiera, la loro ideologia. A partire dall’aurunno del’44 il separatismo perde questi requisiti. In agosto il nuovo Alto Commissario per la Sicilia, Salvatore Aldisio, comincia a mostrare la faccia feroce dello Stato. Aldisio è un seguace di don Luigi Sturzo, con lui ha affrontato i giorni roventi del primo dopoguerra, con lui ha fondato il Partito Popolare, di cui è stato eletto deputato. Caduto il fascismo, Aldisio è rientrato in attività. Per conto di Sturzo ha ricevuto da Badoglio, in febbraio, il ministero dell’Interno nel primo governo democratico. Pochi mesi dopo gli viene affidata la Sicilia e soprattutto la rinascita del vecchio partito che prende il nome di Democrazia Cristiana. Aldisio, intuisce che il nemico da battere è il separatismo, il quale pesca nell’elettorato che sarà poi della DC: di conseguenza, a differenza del suo predecessore, l’anziano parlamentare socialista Francesco Musotto, avversa il MIS con ogni mezzo. Al resto provvedono l’incapacità, i garbugli dei dirigenti separatisti, il grande gioco internazionale. Stati Uniti e Inghilterra sono preoccupati per l’assetto dell’Europa, cercano puntelli per la battaglia contro il comunismo. Immaginano che ne avranno un gran bisogno in un Paese di confine qual’è destinato a essere l’Italia. Probabilmente l’amministrazione americana non ha ancora deciso su chi puntare, ma la mafia, con il suo carico di potere, è già lì, sembra addirittura il perno di ogni equilibrio. Da sperimentato camaleonte, è l’instancabile don Calò a presentarsi nelle vesti di irriducibile anticomunusta, ma anche le circostanze danno una mano. E che mano! Accade che il 16 settembre 1944 arrivi a Villalba un camion carico di militanti con la bandiera rossa. Sono l’accompagnamento e la protezione del leader regionale comunista, Girolamo Li Causi, giunto da poche settimane nella terra natia dopo anni di galera fascista. Li Causi vuol tenere il primo comizio comunista a Villalba. I suoi collaboratori hanno contattato Vizzini, un cui nipote ha ereditato la carica di sindaco, e ricevuto l’assenso. C’è una sola proibizione: che Li Causi accenni alle beghe tra due cooperative di contadini per l’assegnazione del feudo Miccichè della principessa Trabia. A don Calò sembra di essere stato un campione di tolleranza, di essersi confermato uomo "al di sopra delle parti". Soprattutto non ha chiuso la porta in faccia all’esponente del partito su un cui settimanale, "La voce comunista", edito dalla federazione di Palermo, il 24 giugno è comparso un articolo avverso al latifondo e al separatismo, ma di cauta apertura nei confronti della mafia, del ruolo che potrà giocare nell’assegnazione delle terre. Quel 16 settembre Li Causi mostra di avere altre idee. Si presenta sul palco accompagnato da Michele Pantaleone, il quale non soltanto è il segretario della locale sezione del PSI da lui fondata e l’esponente di una famiglia che da mezzo secolo si guarda in cagnesco con i Vizzini, ma è anche il rappresentante della cooperativa che contende a quella di Vizzini la gabella del feudo Miccichè. Un cocktail esplosivo. Che deflagra quando le ispirate parole di Li Causi abbandonano il sole dell’avvenire e scendono sulle belle zolle del feudo conteso. A quel punto don Calò urla: "E’ falso". Si scatena il finimondo: decine di colpi di pistola e lancio di cinque bombe a mano. Quattordici feriti, tra i quali Li Causi. L’indomabile "Momo" ha ricevuto le stimmate per le prossime battaglie contro la mafia. Vizzini è divenuto il campione dell’anticomunismo. La DC, che sostiene di aver bisogno di uomini di tal fatta per contrastare le violenze rosse nelle campagne, guarda a lui attraverso gli occhi disincantati di Bernardo Mattarella.


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